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A cura di Cristian Nani, direttore di Porte Aperte/Open Doors.

È la fede pericolosa quella che ricercheremo con questo blog. E lo faremo esplorando. Perché la fede cristiana è una fede che si interroga, la cui apertura alare abbraccia l’universo e la vita oltre di esso.

Esplora, ricerca, interrogati.

Autore: Cristian Nani

Tratto da La pazzia del sacrificio di Nik Ripken, è un veterano del mondo missionario da oltre 30 anni, con un focus sul mondo musulmano e principalmente in Nord Africa e in Medio Oriente. Nik è l’autore dei bestseller La pazzia di Dio e La pazzia dell’obbedienza. Lui e la moglie Ruth hanno condotto ricerche approfondite in oltre 70 Paesi incontrando cristiani perseguitati di ogni estrazione e contesto sociale, per comprendere il modo in cui vedono la sofferenza attraverso una lente biblica.

Quelli che confidano nel Signore sono come il monte di Sion, che non può vacillare, ma sta saldo in eterno. (Salmo 125:1)

Molti di noi sono disposti a fare quasi tutto… finché siamo certi di essere al sicuro. Sembra che la sicurezza sia uno dei valori fondamentali del nostro mondo.

Non è però uno dei valori fondamentali di Dio. La sicurezza non può, quindi, essere uno dei valori principali del popolo di Dio.

Se infatti fosse la nostra premura principale, solo la sicurezza determinerebbe cosa faremmo e dove andremmo per amore del vangelo. La nostra prima domanda sarebbe: “È sicuro?”.

Annunceremmo il vangelo finché fosse sicuro farlo.

Invieremmo team di missionari finché fosse sicuro farlo.

Parleremmo di Cristo a un vicino finché fosse sicuro farlo.

Prenderemmo decisioni finanziarie come individui e come chiese sulla base della sicurezza di quelle decisioni.

Continueremmo a chiederci: “È sicuro?”.

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“Chi sul dolore non ha nient’altro da dire che si deve combatterlo, ci inganna…”.

Questa frase ha attirato la mia attenzione in più occasioni.

Che altro c’è da dire sul dolore? Beh, a costo di scivolare sull’ovvio, si potrebbe dire che non c’è vita senza dolore, da cui il principio per il quale, oltre a combatterlo, il dolore va accettato.

Logico.

Ecco, capovolgendo questa logica, mi vengono in mente espressioni di film drammatici in voga quando ero un ragazzino, cose del tipo: “Se non trovi qualcosa per cui valga la pena morire, la tua vita non varrà un granché”. Non escludo ci sia ispirazione in queste parole.

In quest’epoca post-moderna, l’umanità occidentale vorrebbe sostituire alla salvezza la salute, al bene il benessere, alla vita l’essere in vita. E se entrassi ancor di più in territorio cristiano (è sempre lì che vado a parare), potrei dire che l’uomo occidentale vorrebbe sostituire alla santificazione la sanificazione.

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Di Paul Estabrooks, missionario, autore di vari libri, coordinatore del famoso Progetto Perla (1981, un milione di Bibbie in Cina in una notte), storico collaboratore di Porte Aperte, impegnato in svariati fronti tra cui nello sviluppo dei seminari “Resistere nella tempesta” utili a preparare i cristiani perseguitati alla persecuzione.

“Io son venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me, non rimanga nelle tenebre”. Giovanni 12:46

Una delle immagini più efficaci dell’essere forti “nel mezzo di una tempesta” è quella del faro. Nell’era prima del radar, della navigazione satellitare e dei sistemi GPS, i fari erano vitali per proteggere le navi dallo schianto contro le rocce e le coste in generale o dall’arenarsi nelle secche. Costruire fari può essere considerata una delle imprese più nobili dell’uomo. Fin dall’inizio della navigazione, famiglie e amici hanno acceso falò di notte per guidare i marinai verso casa.

George Bernard Shaw disse: “Non riesco a pensare a nessun altro edificio costruito dall’uomo così altruista come un faro. Sono stati costruiti solo per servire”.

E l’evangelista D.L. Moody ha commentato: “I fari non sparano cannoni per richiamare l’attenzione sul loro splendore: brillano e basta”.

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Quando uccisero Martin Luther King, il 75% degli americani disapprovava le sue idee e la sua causa.

“Figli di Cam!”…

Così nel passato venivano apostrofati gli afroamericani in USA.

Da chi? E chi poteva avere una conoscenza biblica di quel tipo, se non dei cristiani (bianchi)? 

Bibbia alla mano, nell’incapacità della cultura di molte chiese del tempo di mettere in discussione la propria interpretazione di alcuni passaggi delle Scritture, i neri erano destinati alla servitù, figli della maledizione di Noè contro suo figlio Cam.

E’ normale dunque che l’idea di eguaglianza tra bianchi e neri perseguita da King non piacesse: sfidava lo status quo della società, così pure delle chiese. Obbligava tutti ad aprire gli occhi di fronte all’ingiustizia.

L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque”1

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Il vangelo in 3D

Parte 2 di 2

Per afferrare il tema del Vangelo in 3D introdotto nell’articolo precedente e affrontare la difficoltà di raggiungere il mondo musulmano con il racconto della salvezza, dobbiamo capirne di più su queste tre risposte principali al peccato nelle culture umane: senso di colpa, vergogna e paura.

Per farlo, non ci resta che sfidare uno sciamano.

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