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Feb 20, 2026

Vita allargata

Di Cristian Nani, direttore di Porte Aperte in Italia 

La felicità non consiste nell’allungare la vita, ma nel… allargarla. Chiunque abbia vissuto abbastanza lo dovrebbe aver capito.  

E la vita si allarga aprendosi, non chiudendosi, aprendo il cuore, andando oltre l’infantile “tocca a me essere felice”, superando la fase orale dei bambini che mettono in bocca la vita per conoscerla, cioè superando l’epoca del consumare coi sensi le cose, le relazioni e le persone, perché “se non sento, non esiste”: la vita vera è di più del sentire! Abbraccia altro e altri oltre me! Certo qui ci stiamo elevando, perché le cose, le relazioni e le persone non si consumano, si accolgono… sempre come un dono.  

Chiariamo, questa è una prospettiva eretta, adulta dell’esistenza, dove si smette di gattonare nella vita e si iniziare a camminare, insieme perché si sa che da soli non ce la si fa. Una vita così è allargata, abbraccia l’altro, dice follie del tipo “tocca a te essere felice”, “mi sacrificherò per te”, “mi donerò a te”. E questo donarsi imita, mostra l’amore espresso dal Padre nel Figlio con la croce.  

Il sacrificio definitivo.  

Dove sacrificio non è la morte, la croce, quella l’abbiamo messa noi.  

Noi, quando siamo dominati dall’egoismo, rendiamo il darsi una morte; quando teniamo la contabilità del bene che facciamo, rendiamo la relazione una sottrazione, pura e volgare algebra esistenziale, allora sì che il donarsi è una croce, un peso che uccide…  

No. Sacrificio non è la morte, perché in realtà la parola “sacrificio” vuol dire “rendere sacre le cose”… e il darsi quotidiano all’altro, santifica, rende sacra la vita, i giorni, le debolezze, le paure, le vittorie, le gioie, le rende uniche, sante, appartate, messe da parte perché speciali, nostre, da offrire in dono a Colui che tutto ci ha donato.  

Vite offerte in dono come quelle degli oltre 388 milioni di fratelli e sorelle che scelgono Cristo nonostante l’opposizione, la discriminazione, l’odio, in una parola, la persecuzione.   

Ancora una volta prenderci cura dei perseguitati è vitale per noi, aprirci al loro bisogno è un nostro bisogno, pozione per una vita allargata, che non solo si compie, ma che compie altro, altri, oltre noi, rendendo sacre le cose.   

Ho promesso di ripeterlo all’infinito: hanno bisogno di noi e abbiamo bisogno di loro.  

Siamo un corpo.