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A cura di Cristian Nani, direttore di Porte Aperte/Open Doors.

È la fede pericolosa quella che ricercheremo con questo blog. E lo faremo esplorando. Perché la fede cristiana è una fede che si interroga, la cui apertura alare abbraccia l’universo e la vita oltre di esso.

Esplora, ricerca, interrogati.

di Jan Vermeer, autore di “Il paradiso dei Kim”

Ho conosciuto Jan Vermeer in Porte Aperte: lui è un collaboratore sul campo. La sua testimonianza merita una premessa perché, per usare le sue stesse parole: “Condivido questo con molta esitazione”. 

Jan, infatti, nel suo ruolo in prima linea per portarci le testimonianze dei perseguitati, ha sofferto di un esaurimento nervoso (burnout).  

Oggi sta bene e del suo percorso di guarigione ha scritto una serie di articoli. Perché chi imita Cristo, imita il figlio Dio che sceglie la via della vulnerabilità per offrire salvezza a uomini e donne che vogliano accoglierla.  

“Essere vicari della sofferenza di Cristo NON significa essere liberati DALLA sofferenza del mondo, ma piuttosto essere liberati PER la sofferenza del mondo”1.

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Nel mondo vige la legge del più forte.  

Ogni naturalista1 ne converrà.  

Quando Caino dopo aver ucciso Abele dice a Dio: “Sono io forse il guardiano di mio fratello?”2, dice qualcosa di estremamente naturale, logico. Chi sembra innaturale e illogico è il Dio biblico, perché viola completamente la legge del più forte o, se preferite, la legge naturale, per proporre all’uomo una variabile incontrollabile, un’alternativa che scardina ogni logica e che tecnicamente in natura non dovrebbe esistere: il bene 

Perché? Perché al bene non c’è alternativa.

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(Tratto dal libro Fango – Vivere una fede pericolosa, che puoi acquistare QUI)

L’Italia è oggi un paese molto conservatore.  

Ormai questa espressione è entrata nel gergo popolare. E’ strano per un popolo abituato alle diversità, alle scoperte, alle invenzioni e all’arte definirsi “chiuso e conservatore”. Ma è così. E la Chiesa subisce l’influenza della cultura in cui è inserita: chi pensa il contrario, non ha mai messo mano a un libro di sociologia o non ha mai analizzato il contesto italiano al di fuori della propria realtà di chiesa.  

Uno dei grandi punti di forza del cristianesimo è la capacità di esistere e diffondersi in tutti i contesti culturali.  

Pur promuovendo valori capaci di modellare cuori e menti, esso si diffonde aprendosi alla cultura dominante. In che modo altrimenti potrebbe influenzarla? Chiudendosi? Sinceramente non credo. La chiusura è per definizione assenza di comunicazione e quindi assenza di influenza. La potenza del Vangelo e dei principi in esso contenuti contagia la cultura dominante, letteralmente trasformando le anime che lo accolgono, là nella cultura in cui vivono.

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Ci aspettiamo tutto subito.  

Non vogliamo aspettare più, per nulla al mondo.  

Tutto deve essere immediato. A portata di touch o click ci attendiamo soluzioni, facili, istantanee, persino al Covid.  

E questo oggi entra nella sfera spirituale.  

Noi siamo la società della Amazon Prime Spirituality

Per i cristiani perseguitati (come per la Chiesa primitiva), la pazienza è vitale nel cammino del fedele. Di più: la pazienza è testimonianza cristiana. Come risponderai a un torto, a un insulto, al rigetto, fino alla prigione e alla persecuzione definisce quanto assomiglierai al Cristo.  

Per noi oggi è impensabile: possediamo una sviluppatissima teologia della benedizione e un’insufficiente teologia della sofferenza.

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“Non c’è sacrificio che valga la pena se non offre un beneficio immediato”, sembra essere la filosofia che regna nella nostra società, per questo non ha senso parlare di investire nella prossima generazione, perché “che cosa me ne viene, a me, oggi?”

Paura, apatia e pigrizia sono emozioni tossiche che sembrano invadere le menti di molti, anche cristiani, acuite dal Covid. Pur comprensibili, per alcuni aspetti per noi cristiani possono tramutarsi in totale mancanza di fede nel Dio sovrano che andiamo predicando con elaborate esegesi bibliche. È come se la cultura di questo mondo ci influenzasse molto di più della cultura del Regno di Dio che siamo chiamati a costruire. È come se, a causa delle sfide dell’epoca che viviamo, avessimo accantonato l’idea di sacrificio, di costruire per coloro che verranno, abbracciando una vita (anche di chiesa) che è solo e tutta “qui e adesso”. E, possiamo dirlo a voce alta, uno dei segni visibili di tutto questo è il disimpegno da Dio, manifestato anche (ma non solo) in un fare progetti solo per sé e pochi intimi, enfatizzando la fede personale (magari virtuale e su misura) e disinteressandosi per quella comunitaria, guardando il prossimo con sospetto e la chiesa con fastidio.

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