La porta del non ritorno

Di Cristian Nani

Avete mai sentito parlare della “Porta del non ritorno”? Siamo in Ghana, Africa, per la precisione nella città di Cape Coast, così com’è chiamata oggi, dove svetta una fortezza patrimonio dell’UNESCO.

Nel 1600 era una roccaforte adibita a commerci e per anni fu utilizzata nella tratta transatlantica degli schiavi, poiché nei tunnel e nelle celle sotterranee vi imprigionavano uomini e donne africani prima di essere venduti e poi spediti oltreoceano.

In quegli spazi bui, angusti e claustrofobici, migliaia di schiavi venivano stipati anche per settimane, nudi, affamati e costretti a sopravvivere tra le loro feci e i ratti. “Un inferno in terra”, veniva definito da molti, poiché quegli schiavi urlavano, piangevano e morivano di stenti o crepacuore o follia, là sotto.

Tutto ciò è ripugnante, tuttavia della crudeltà umana (del singolo, di un popolo, di un’era) ne abbiamo mille riprove. Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire scomodando l’Ecclesiaste.

==>> Ma ecco cosa per me è veramente sconvolgente di questa storia: sopra quelle celle, era stata costruita anche una chiesa, dove fedeli cristiani cantavano inni sulla fedeltà di Dio, ascoltavano sermoni sull’amore di Gesù e donavano le loro offerte e decime ai meno fortunati. Per quanto venisse mandato qualcuno là sotto per cercar di far tacere quegli schiavi terrorizzati (affinché non disturbassero il sacro momento del culto domenicale), di rado ci riusciva, per cui non era insolito sentire i loro gemiti e pianti nei momenti di silenzio tra una frase e l’altra del sermone.

Per quanto io combatta con me stesso, fatico a volte a togliermi dalla mente l’immagine che la Chiesa italiana, cioè NOI, potremmo essere quella chiesa costruita sopra quelle prigioni, mentre sotto i nostri piedi gemono i fratelli e le sorelle perseguitati in molte parti del mondo, con noi, indaffarati, a portare avanti la nostra routine religiosa. Fatico a cancellare quell’immagine perché sono distratto da mille cose che mi allontanano dal proposito per cui sono su questa terra, ossia costruire il Regno di Dio, non il mio. E quando sono distratto, mi crogiolo in anestesie spirituali e in ipocrisie vestite da compassioni, come forse facevano i membri di quella chiesa a Cape Coast mentre trovavano mille giustificazioni, persino nella Bibbia, per far pace con l’orrore della schiavitù e del loro peccato.

Se invece trovo lucidità emotiva, mentale e spirituale, mi concentro su Cristo e sul Suo grande e buono mandato, allora comprendo quanto viscida sia quell’immagine, perché il mio e vostro destino non è starcene seduti comodi nelle nostre chiese con i piedi sulla testa di chi soffre, ma essere chiesa là fuori, anzi là sotto, nelle prigioni per liberare chi ancora è schiavo, come Cristo avrebbe fatto. Quando penso alla chiamata che incombe su di me, non mi sento più dalla parte sbagliata della storia, piuttosto mi sento privilegiato, ricco, pronto a fare ciò che posso a partire da ora per chi soffre, per chi è senza speranza, per chi ha paura. Ed il primo cerchio d’azione che la Parola di Dio mi propone è “la mia famiglia in Cristo”.

I nostri fratelli e sorelle in Iran, Pakistan, Afghanistan, India, Eritrea, Somalia, Corea del Nord e in molti altri paesi dove opera Porte Aperte sperimentano il carcere a causa di Cristo.

Oggi. Non nel passato.

Oggi mio fratello si dispera in una cella in Afghanistan, mentre i suoi figli non sanno dove sia papà.

Oggi mia sorella piange terrorizzata in un carcere in Iran, mentre i suoi bimbi cercano la mamma.

Insieme, col favore del nostro Signore, lucidamente concentrati sul nostro mandato, li raggiungeremo, daremo a loro e alle loro famiglie conforto e speranza.

Perché noi non costruiremo mai una chiesa sopra una cella.